Bhagwan Shree Rajneesh (Osho), il guru liberal

[tratto dal libro di Fabrizio Ponzetta, L'esoterismo nella cultura di destra, l'esoterismo nella cultura di sinistra, Jubal 2005]


Anche qui, come per Gurdjieff, trattando di questo singolare quanto controverso personaggio storico, dobbiamo premettere una certa trasversalità di vedute che lo caratterizzano e, nonostante debba considerarsi il prototipo del guru che la Nuova sinistra adottò (abbiamo già citato nei precedenti capitoli l’adesione al suo movimento spirituale di personaggi come Rostagno e Valcarenghi, solo per rimanere in Italia), egli, come si da’ qui l’opportunità di constatare, fu davvero un personaggio dalle molte vite e difficilmente etichettabile.

Mohan Chandra (il suo vero nome) nacque nel dicembre del 1931 in un piccolo villaggio indiano, come dodicesimo figlio di un mercante di stoffe di religione giainista. Come viene testimoniato sia da lui stesso (e quindi dalle biografie dei discepoli) sia da ricostruzioni biografiche anche critiche, fu un bambino molto particolare. Andato a vivere con i nonni materni, che nutrirono per lui un amore sconsiderato, tale da lasciargli una insolita libertà per un infante, a soli sette anni subì la perdita dell’amato nonno. Osservando morire il nonno, si chiese cosa c’era dietro la vita e la morte, e per rispondersi frequentò con una inquietante assiduità tutte le cerimonie funebri del villaggio. Il suo atteggiamento fu anticonformista fin da bambino: vestiva da mussulmano pur non essendo mussulmano, sfidava apertamente l’autorità del padre, dei religiosi e degli insegnanti di scuola. Da giovane venne soprannominato Rajneesh, ovvero “il signore della luna piena” per via del suo vivere più di notte che di giorno. All’università studiò filosofia e, secondo i suoi ricordi e quindi secondo i discepoli, divenne professore all’università di Jabalpur. Secondo altre fonti invece, ad esempio la biografia che scrisse di lui un ex discepolo che fu per anni la sua guardia del corpo (1), non fu mai professore ma solo un semplice lettore. Sicuramente la biografia di Rajneesh sconfina nel mito: è da poco uscito un libro curato dai discepoli che ricostruisce, attraverso alcuni passi autobiografici tratti da vari libri del maestro, la storia della sua vita (2). Per inciso, Rajneesh non scrisse mai dei veri e propri libri ma tenne una enorme quantità di discorsi poi trascritti dai discepoli; questi discorsi non furono solo pubblici: tre dei suoi libri più marcatamente autobiografici furono trascritti mentre il maestro era sotto l’effetto di un gas esilarante, durante una seduta dentistica (3).

Ciò che, pur sconfinando nel mito, è certo è che il giovane Rajneesh fu un ateo feroce, perfino marxista. Fu anche un fermo oppositore di Gandhi e un abile oratore che ad un certo punto, sconvolgendo la sua cerchia di conoscenti, iniziò a girare per l’India, sotto le vesti di conferenziere religioso.

In gioventù ero conosciuto all’università come un ateo, un miscredente, un avversario di tutti i sistemi morali. Quella era la mia posizione e lo è ancora. Non mi sono spostato nemmeno di un millimetro; la mia posizione è esattamente la stessa. Ma essere conosciuto come un ateo, un irreligioso e un amorale divenne un problema. Comunicare con la gente era difficile; stabilire qualsiasi tipo di relazione con le persone era praticamente impossibile. […] Per me non era un problema e non avrei cambiato atteggiamento; ma mi accorsi che diventava impossibile condividere e diffondere la mia esperienza […]. Io discutevo in continuazione, agli angoli di strada, all’università, in un qualsiasi bar o tabaccheria… con chiunque mi capitasse a tiro. Martellavo la religione e cercavo di ripulire completamente le persone da tutte queste sciocchezze. Ma il risultato finale fu che divenni un isola; nessuno volle più parlarmi […] dovetti cambiare strategia […] la gente interessata alla verità era coinvolta nelle religioni […] costoro erano le persone che sarebbero state realmente interessate a conoscere a viaggiare con me in spazi ignoti […] uomini non coinvolti nelle religioni erano interessati solo alle sciocchezze della vita. […] Mi ci vollero alcuni anni per cambiare l’immagine che la gente aveva di me. Ma le persone ascoltano solo le parole, non comprendono i significati. La gente capisce solo ciò che dici, non ciò che è trasmesso al di la delle parole. Quindi usavo le loro armi contro loro stessi! Ho commentato i testi religiosi dando loro un significato totalmente mio” (4).

Con spirito teosofico, nel senso di comparatore di religioni, Rajneesh diventò un famoso conferenziere itinerante ed assunse il nome di Acharya (insegnante); durante un suo incontro pubblico conobbe una giovane e ricca donna indiana che si innamorò di lui e lo seguì diventando la sua manager e la sua segretaria. Ad un certo punto, pare per scherzo, questa donna e alcuni suoi discepoli si vestirono di arancione come a dire di essere dei sannyasin (asceti indiani); Rajneesh portò lo scherzo al punto di iniziarli ad un neo-sannyas che non comprendeva rinunce materiali, ma solo la rinuncia al proprio vecchio Ego. In vista di ciò, cambiò anche i loro nomi con dei nomi iniziatici (la sua segretaria ad esempio divenne Laxmi) e annunciò di essere pronto ad iniziare altri discepoli, cambiando il suo nome da Acharya a Bhagwan.

Sul significato del nome Bhagwan sono state scritte parecchie stupidaggini; le più ricorrenti sono queste due: Bhagwan significa Dio, Bhagwan significa “il maestro della vagina”. In realtà, Bhagwan assume diversi significati in India a seconda che a usarlo siano i buddisti ed i giainisti, che notoriamente sono atei, o gli hindù che notoriamente credono in Dio. Nel primo caso, Bhagwan è un appellativo rispettoso per rivolgersi al Maestro illuminato, nel secondo caso significa “il creatore”. La libera traduzione di Bhagwan come “il maestro della vagina” nasce a causa della fama che Rajneesh si fece come guru del sesso, in quanto, alla fine degli anni sessanta, iniziò a tenere cicli di conferenze sulla sessualità tantrica, e negli anni settanta si informò, e formò i discepoli, sempre di più sulla psicologia neo-reichana, attirando molti occidentali; ciò premesso, bisogna però anche dire che la radice di Bhagwan in sanscrito è “Bhag”, che vuol dire “vagina” in quanto “il creatore” è la vagina che crea l’universo: “la vagina cosmica”.

I critici che hanno scritto contro di me hanno sempre obbiettato che io sono un Bhagwan “autoproclamatosi tale”. E mi sono sempre chiesto: conoscono qualcuno – Rama, Krishna, il Buddha, Maometto – che sia stato proclamato da qualcun altro?” (5).

Siamo nei primi anni settanta e Bhagwan Shree Rajneesh, dunque, smette di essere un conferenziere itinerante e si ritira, solo a disposizione dei discepoli, in lussuoso appartamento di Bombay, a Woodlands, pagato dal proprietario di un biscottificio, suo discepolo e amico di Laxmi. Qui arrivano i primi visitatori occidentali, quasi subito iniziati dal guru al suo neo-sannyas, spesso con artifici millenaristi che, pur non essendo espliciti su una imminente fine del mondo e riguardando ambiguamente la sfera personale, suonavano più o meno così: “Non c’è tempo da perdere”. E molti giovani occidentali, effettivamente, non persero tempo ad indossare vesti di color arancione e mala buddisti appesi al collo con la foto del maestro. La foto del maestro al collo, oltre ad essere, per ammissione di Rajnesh stesso, un ottimo strumento di propaganda, aveva un significato esoterico di protezione (cfr. Osho, Io sono la soglia, Mediterranee 1980). Per Hugh Milne, invece, suo discepolo deluso e sua ex guardia del corpo, l’idea della foto era stata presa da una discepola americana di Rajneesh che a sua volta aveva dei discepoli sotto di sé che portavano la foto della maestra al collo. I preziosi mala che i primi discepoli occidentali di Rajneesh esibivano con orgoglio mistico nei loro ritorni in occidente furono comprati in stock al Crawford market di Bombay, anni prima da Laxmi, la segretaria di Rajneesh (cfr. H. Milne, Bhagwan il Dio che fallì, Caliban Books 1987).

Nel 1974 il numero di discepoli occidentali supera quello dei discepoli indiani; proporzionalmente, anche le finanze della Rajneesh Foundation crescono e Bhagwan si trasferisce a Poona in un ashram ricavato da un’ex tenuta coloniale. Qui i discepoli possono praticare le meditazioni messe a punto dal maestro per far loro ottenere il risveglio ed un certo equilibrio psico-fisico. Con saggezza, Rajneesh unisce tecniche yoga a esercizi di bioenergetica, crea delle meditazioni dinamiche, che comprendono la danza e la catarsi, veri e propri psicodrammi collettivi, nuovi rituali al contempo dionisiaci e apollinei che affascinano i giovani hippy. Le meditazioni di Rajneesh verranno poi musicate da un famoso compositore tedesco, Deuter, che diventerà suo discepolo.

A Poona Rajneesh parla due volte al giorno, alle otto di mattina e alle otto di sera, e decine e decine di libri con le trascrizioni dei suoi discorsi invadono il mercato editoriale. Suoi “ambasciatori” aprono centri di meditazione in tutto il mondo ed attirano vagabondi, intellettuali e persino principi, come Wilf di Hannover, cugino di Carlo, il principe di Galles. Il principe di Hannover era giunto all’ashram con moglie (tutt’ora sannyasin, anzi leadergroup di gruppi di terapia su famiglia e relazioni – chi scrive l’ha conosciuta personalmente in una comune neo-sannyasin toscana dove tuttora, con regolarità, svolge la sua attività) e figlia ed era diventato un residente ed un samurai, ovvero una delle guardie del corpo capitanate dal già citato Hugh Milne. A Poona divenne noto, oltre che per i suoi titoli nobiliari, per aver sventato un attentato mosso da un integralista musulmano contro Rajneesh, e, più tristemente, per essere morto di ictus nell’ashram del maestro. In proposito sorsero anche delle polemiche che qui non è comunque il caso di citare.

L’attentato a Rajneesh e vari problemi con l’ufficio delle tasse che sospettava che la Fondazione Rajneesh non fosse senza scopo di lucro e stava per emettere un mandato di cattura, fecero partire Bhagwan di domenica per gli Stati Uniti d’America, ufficialmente per operarsi alla schiena, generando il mito del “maestro che scappa con la cassa”. Siamo nel 1981, all’inizio dell' avventura americana di Rajneesh, che segnerà la sua parabola discendente. Affidatosi ad una nuova segretaria, tale Sheela, che in America aveva dei “buoni contatti”, Bhagwan compì o subì una serie di scelte che lo portarono a fondare una comune utopica in Oregon, in un vastissimo ranch. Il sogno degenerò presto in “incubo fascista”, come dichiarò successivamente Rajneesh, e la vicenda è alquanto complessa ed anche ardua da analizzare, in quanto le uniche fonti disponibili sono da una parte la stampa scandalistica, che sprecò fiumi di inchiostro sulla setta degli arancioni negli anni ottanta, e dall’altra i tentativi dei discepoli di Osho di ridimensionare i “fattacci americani” deresponsabilizzando o martirizzando (alle volte, bisogna dire, con credibili prove alla mano) il loro maestro. Quindi, senza pretendere di essere risolutivi, gettiamo un rapido sguardo sui fatti.

Rajneeshpuram, il nome della comune americana, nacque nel 1981, in un territorio scelto dall’allora segretaria di Rajneesh, mentre il maestro aveva messo gli occhi su una ex base militare di New York. In questo periodo, Rajneesh smette di tenere discorsi quotidiani ai discepoli e Sheela diventa il suo “pontefice”. Con buona pace di quanti lo negano e lo rinnegano, dal 1981 in poi nasce il “rajneeshismo”, una vera e propria religione con tanto di nome, libretto sacro e indicazioni (cfr. i numeri della rivista Rajneesh pubblicati in Italia nei primi anni ottanta da Libreria editrice Psiche). La religione, possiamo prenderne atto, forse serviva a far dare la cittadinanza americana a Rajneesh in quanto “insegnante religioso”, ma le autorità americane, con un eccesso di zelo, che può ricordare certe barzellette italiane sui carabinieri, negarono la cittadinanza motivando che Rajneesh non era un insegnante in quanto aveva pubblicamente annunciato il suo silenzio, ovvero, come scritto più sopra, non teneva più discorsi pubblici con i discepoli. Le battaglie con le autorità americane furono dapprima legali, ma i sannyasin avevano torto dall’inizio, in quanto l’area comprata, nonostante fosse di duemilacinquecento ettari, era adibita ad abitazione per solo dieci persone e non alle centinaia di effettivi residenti che durante le celebrazioni annuali si sommavano alle migliaia di ospiti.

Secondo i discepoli di Rajneesh, Rajneeshpuram fu una città modello ad ecologia globale guardata male dal potere perché sfidava il mito dei pionieri americani. Sull’ecologia praticata nel ranch Hugh Milne getta seri dubbi, ed effettivamente, a prescindere dalle dichiarazioni di principio, è difficile credere che in una situazione simile, fra una natura difficile da domare e fra spese enormi da sostenere, come quelle legali, o quelle dovute ai lussi sfrenati ostentati da Bhagwan ed un vero e proprio mini esercito di guardie armate, l’ecologia fosse prioritaria. Anche la strepitosa collezione di Rolls Royce di Rajneesh provocò nell’opinione pubblica americana un certo fastidio ed ovviamente lo gnosticismo predicato da questo guru indiano in odore di sesso libero non era ben visto dall’America profonda incline al fondamentalismo e ringalluzzita dalla presidenza Reagan.

Ma bisogna dire che l’intervento delle autorità americane, che portò allo smantellamento della comune e all’arresto di Rajneesh (1985), avvenne dopo una serie di violazioni evidenti, che qui non tratteremo per non dilungarci. Ci basti dire che, infine, vennero alla luce anche tentati omicidi e altre nefandezze. Effettivamente la responsabilità di tali nefandezze fu da attribuirsi alla segretaria di Rajneesh, ma la responsabilità morale del maestro mise a dura prova i discepoli, molti dei quali avevano venduto i loro beni per assicurarsi una povera e spartana sistemazione a Rajneeshpuram. La storia prosegue poi con il processo a Rajneesh e le varie leggende sulla perfidia ora degli inquisitori, ora del guru ciarlatano.

Interessante e sintomatico di una reale persecuzione è, invece, il giro del mondo che Rajneesh dovette compiere dopo l’espulsione dagli Stati Uniti. Praticamente tutti i paesi dell’occidente democratico o negarono un visto d’ingresso a Rajneesh o non lo fecero neanche atterrare per rifornire di carburante il suo aereo o lo fecero atterrare e dopo qualche giorno di permanenza lo scacciarono, a volte senza che lui uscisse semplicemente dalla stanza in cui era ospitato. Questo scandaloso delirio illiberale durò per otto mesi a causa dei governi di ventuno paesi, quasi certamente influenzati da Ronald Reagan. In Italia, il Valcarenghi politico si risveglia in proposito da un letargo spirituale, coinvolge l’I­stituto Reich di Torino e il Partito Radicale che, con spirito liberale, si mobilita indignato dinnanzi al rifiuto del visto. Decine di intellettuali prestigiosi, da Fellini a Gaber, firmano una petizione, ma una cortina di silenzio cala fra gli scioperi della fame di Valcarenghi e le urla di Pannella; ai sostenitori viene addirittura rifiutato l’acquisto di una pagina a pagamento su Il corriere della sera o su Repubblica (cfr. M. Valcarenghi, I. Porta, Operazione Socrate, Tranchida 1995). In seguito, il visto verrà poi rilasciato, ma con gravi restrizioni che scateneranno altre polemiche, mentre Rajneesh si era ormai rassegnato a tornare in India e a rimanerci.

In India il ritorno è a Poona, nel vecchio ashram, dove Rajneesh, che nel frattempo ha dispensato i discepoli dall’obbligo di vestirsi d’arancio e di portare la sua foto al collo (come biasimarlo!?), cambia ancora nome, questa volta in Osho, e riforma il suo movimento partendo da premesse quali “un network di meditatori”; niente più comuni ed utopie, infine, ma solo centri dove rilassarsi e scoprire se stessi, delle beauty farm dello spirito dove si intensificano e si “trasformano” i gruppi di incontro: i gruppi degli anni settanta usati fra neo-sannyasin per superare i problemi della vita comunitaria diventano, nella loro versione anni ottanta, più soft (non erano rare negli anni settanta catarsi “bioenergetiche” dove ci si picchiava realmente generando ossa rotte, oppure gruppi in nudità dove l’orgia diventava il felice epilogo del week end), aperti agli “esterni” e con vaste scelte di terapie alternative mutuate dal crescente “mercato” new age.

Verso la fine della sua vita, Osho (morirà nel 1990) lascia traccia di sé in discorsi sempre più improntati sullo zen. Per inciso, la sua morte sarà poi denunciata, con una serie di prove e qualche interrogazione parlamentare negli Stati Uniti (di deputati democratici), come epilogo di un lento avvelenamento subìto da Rajneesh nelle carceri americane (cfr. M. Valcarenghi, I. Porta, op. cit.).

Indubbiamente, Rajneesh si colloca nel nostro studio come un personaggio antitradizionalista, un libertario, un anarchico spirituale. Ma queste definizioni sono assai riduttive; egli sicuramente emulò Krishnamurti nella sua feroce opposizione alle organizzazioni religiose, ma andò oltre: ne fondò una tutta sua. Più che un crowleiano “fa ciò che vuoi”, Rajneesh ai discepoli affascinati dalla libertà ripeteva paradossalmente un “fa ciò che voglio”. Definendosi come un essere vuoto e senza ego invitava i discepoli a diventare tali nella fiducia che l’esistenza li avrebbe inondati di benedizioni. Diventare canne di bambù vuote in cui Bhagwan si sarebbe espanso nel mondo era un singolare esperimento di meditazione che i sannyasin di tutto il mondo furono esortati a praticare nei primi anni ottanta. Tuttavia, dare del ciarlatano e dell’approfittatore a Rajneesh è semplice quanto fuorviante; il contesto in cui quest’uomo va inquadrato, semmai, è quello di un maestro zen, slegato dalla tradizione e dai lignaggi tradizionali, e proprio per questo, paradossalmente, genuinamente più zen. Come ebbe a dire una volta commentando i Dieci tori zen, egli era arrivato al decimo toro, quello che va oltre il silenzio e la pace della meditazione, quello in cui si torna sulla piazza del mercato, fra polvere e briganti.

Fu un guru liberal, nel senso che pose l’accento sull’accettazione: omosessualità, droga, sesso libero, tutto andava bene per lui, a patto però che tutto fosse vissuto con un distacco interiore. La sua visione, già ritrovabile in alcune sette gnostiche così come nel tantrismo, è sintetizzabile nella sua definizione di uomo nuovo: “Zorba il Buddha”. Zorba deriva dal noto romanzo Zorba il greco, in cui il protagonista godeva della vita, del vino e del sesso senza inibizioni; e Buddha ovviamente fa riferimento all’ascetico principe indiano. Per Rajneesh, queste due dimensioni opposte dovevano essere integrate, nell'individuo come nel mondo (egli vedeva l’occidente come Zorba e Buddha come l’oriente). A proposito dell’amore per una “vita terrena” va ricordata la passione che Rajneesh nutriva per lo Zarathustra di Nietzsche e per il suo valore superstite alla morte di Dio, la “fedeltà alla terra”.


NOTE


1) Hulg Milne, Bhagwan il Dio che fallì, Caliban Books 1987.

2) Osho, Una vertigine chiamata vita, Arnoldo Mondadori editore 2003.

3) Trattasi di Bagliori di un’infanzia dorata, I libri che ho amato e Appunti di un folle; il primo edito in Italia dalle edizioni Mediterranee e gli altri due dalla New Service Corporation, la casa editrice italiana che cura i diritti della Osho Foundation.

4) Osho, Una vertigine chiamata vita, op. cit.

5) Ibidem.


[tratto dal libro di Fabrizio Ponzetta, L'esoterismo nella cultura di destra, l'esoterismo nella cultura di sinistra, Jubal 2005]
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