di Fabrizio Ponzetta
Su sette, nuove religioni e stati alterati di coscienza, è già stato scritto decisamente parecchio.
Ciò che manca è uno studio oggettivo e imparziale, che si ponga esattamente in equilibrio tra i pregiudizi di ogni sorta: quelli degli stessi discepoli o estimatori di movimenti, tecniche estatiche o leader spirituali, così come quelli di matrice cattolica che spesso si arrogano un rigore che non può esser loro attribuito, viste le profonde convinzioni religiose e il conseguente pregiudizio negativo nei confronti dei fenomeni in questione.
Sociologi e antropologi invece, lì dove non si siano fatti prendere da un entusiasmo poco scientifico, tendono a incasellare queste nuove forme di spiritualità in vere e proprie tabelle che, a chi abbia una reale conoscenza dell’oggetto trattato, appaiono ridicole. Non è raro infatti leggere che i discepoli di Osho o la trance dance di Frank Natale sono “culti di derivazione giainista” o che esiste “la setta di Ouspensky” o quella di Ramana Maharshi.
Insomma, il tentativo accademico di mirare cartesianamente all’esattezza si rivolta contro chi lo mette in atto, generando pericolose inesattezze.
Le conclusioni a cui io e Catalano, nei nostri studi paralleli, siamo giunti sono decisamente poco appetibili per le lapidazioni mediatiche contro il santone di turno; al contrario, nei salotti mediatici sono bene accetti studiosi rispettabili, ma di chiara matrice cattolica. Purtroppo, però, i nostri studi non trovano spazio neanche tra i cosiddetti media “alternativi”, nei loro calderoni buonisti new age spiritualisti, in quanto le nostre oggettive considerazioni sono imbarazzanti anche per loro.
Le conclusioni da noi tracciate sono in linea di massima così riassumibili: per quanto ambigui e cialtroni possano apparire o addirittura essere certi guru o interi movimenti, essi sono comunque “il dito che indica la luna, e non la luna”; per quanto goffo sia in alcuni di essi il tentativo di fondare una nuova grande religione, essi rimandano sempre alla pratica e all’esperienza interiore, a cercare “in sé” e non nell’alto dei cieli o in un futuro paradiso l’esperienza del divino, ed uso “esperienza del divino” e non Dio, proprio per rendere l’idea di un processo e non di un feticcio.
Insomma, a questi personaggi contemporanei che con coraggio, bisogna dargliene atto, o con faccia tosta, se si preferisce, si sono paragonati ai mistici del passato (morti e quindi innocui, santificati e al riparo da critiche), ma che la cultura dominante bolla come mistificatori, a questi personaggi, pur non rinunciando ad una sana ironia, io e Catalano diamo il beneficio del dubbio e la dignità di un punto di domanda:
Essi sono mistici o mistificatori?
La risposta, terribile e inaccettabile da tutti – dai loro discepoli, dai nostri insigni professori e dai vari cattolici esperti – potrebbe essere: essi sono entrambe le cose.
“Tutto è vero o non vero, vero e non vero insieme e, del pari, né non vero né vero. Tale è l’insegnamento degli svegliati.” (Nagarjuna, Il cammino di mezzo)
Oppure, per dirla con un più occidentalmente rassicurante Elémire Zolla:
“Farneticazioni e truffe, bene allegorizzate, possono introdurre all’esperienza dell’eterno”
di Fabrizio Ponzetta
C) Fabrizio Ponzetta 2007. Divieto di riproduzione con qualsiasi mezzo anche in internet senza l’esplicito consenso dell’autore.
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Introduzione: mistici o mistificatori?
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